Miniere del Beth

Fin da quando ero bambino, mi ricordo dei leggendari racconti del vallone del Beth, con le sue miniere di rame e la tragica valanga che distrusse una storia centenaria. A volte i ricordi di quel tempo passato arrivano dai nonni dei nostri nonni, tramandate a noi da generazioni scomparse, altre volte da documenti storici e foto di repertorio, ma qualunque sia la fonte, il narrare di un tempo passato così estremo, e affascinante, radicato nella nostra valle, mi ha sempre fatto dire “un giorno ci andrò anche io, a cercare quelle vecchie miniere”. Quel giorno è arrivato.Il fascino di queste miniere mi ha spinto a documentarmi e leggere articoli online, fino a cercare vecchie cartine, e pianificare una spedizione per riuscire a dedicare il tempo giusto a questi vecchi macigni della nostra storia. A volte si viaggia il mondo per vedere cose incredibili, altre volte basta girarsi indietro e guardare negli angoli di casa propria, per scoprire cose altrettanto meravigliose, e nostre.Mettendo a punto il piano per raggiungere le miniere, trovo altri due spunti interessantissimi per estendere la ricerca. Il primo, sono gli stambecchi, reintrodotti nell’ultimo ventennio dopo la loro scomparsa, e ora molto attivi sulle pendici delle montagne del Beth. Il secondo, è proprio il principe tra queste montagne, il Bric Ghinivert, che con i suoi 3.037m di quota domina lo spartiacque tra la val Chisone e la Val Germanasca, e si classifica come la terza vetta più alta della Val Chisone (Dopo la Rognosa, e l’Albergian, mete di prossime spedizioni)In pochi giorni il piano prende vita, e riservo il primo week end di vacanza, per dedicarmi insieme a Chiara, Francesca e Simone, alla ricerca dei tesori del Beth, nel cuore della val Troncea.
Incominciamo a camminare da Troncea (1.915 m), e con un facile sentiero di pendenza regolare, passiamo per un fresco bosco di larici fino ad uscire dagli alberi e iniziare il sentiero tra pareti erbose e rocce che non ci abbandoneranno più per i due giorni successivi. Il percorso fino al colle del Beth (m 2.786), dove ci aspetta il casotto che ci ospiterà per la notte,  non presenta particolari difficoltà. Considerando però gli zaini ricolmi di attrezzatura fotografica, cibo per due giorni, e soprattutto acqua per due giorni e una notte, il vento e il sole cocente di agosto a quote elevate, si può facilmente immaginare la fatica di percorrere la salita. Rispetto alle 3:00 ore indicative per la salita al colle, ne impieghiamo oltre 5:00, non abbiamo fretta, e ci concediamo numerose soste per riprendere fiato e goderci il panorama (e mangiare ottimi panini).
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Il Vallone del Beth (da 2.500m circa)
Nikon D5200 + Sigma 18-250 APO HSM  //   Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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Sempervivum in fiore
Nikon D5200 + Sigma 18-250 APO HSM  //   Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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Colle del Beth e pendici del Ghinivert dal vallone (da 2.500m circa)
Nikon D5200 + Sigma 18-250 APO HSM  //   Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
Arrivati al casotto sul colle del Beth, ci rilassiamo con un bel thè caldo e biscotti, e iniziamo a disfare gli zaini e preparare i giacigli nell’ottimo rifugio. Le chiavi del casotto possono essere richieste al Parco Val Troncea, previa prenotazione telefonica presso la loro sede a Pragelato.
L’ambiente è veramente accogliente, ed è composto da un ingresso minuscolo, un locale soggiorno con un tavolo, una piccolo locale cucina con fornello a gas, e una stanza con sei letti a castello per la notte. Il tutto molto in ordine e confortevole, e dopo aver messo le federe sui cuscini (già presenti nel casotto) e sistemato i sacchi a pelo, ci godiamo il pomeriggio all’ombra e al fresco, mentre fuori il vento e il sole sembrano divorare ogni cosa.
Verso le 19.00 inizio a prepararmi per la ricerca del Re della Montagna: lo stambecco. “La popolazione di stambecco Capra ibex del Parco Naturale Val Troncea ha origine da una reintroduzione di 12 animai provenienti dal Parco Nazionale Gran Paradiso, avvenuta tra il 1987 e il 1988. Questo nucleo iniziale ha consentito lo sviluppo delle colonie attualmente presenti nelle confinanti valli Germanasca e Argentiera, e ha permesso il ritorno della specie nel settore alpino compreso tra il Queyras (Francia) e le valli Pellice e Po” (fonte: reportLo Stambecco Capra Ibex nel parco naturale Val Troncea http://www.parconaturalevaltroncea.it) Mi vesto con abiti poco appariscenti, e preparo l’attrezzatura: obiettivo per lunghe distanze e monopiede per reggerne il peso e evitare il micro-mosso.
Senza neanche farlo apposta, esco dal casotto, faccio qualche passo per superare le rocce che lo nascondono dalla piana del colle, e vedo in lontananza sulla cresta uno stambecco che si ferma, e mi guarda. Mi ha visto, questo è sicuro. Mi abbasso e furtivamente cerco di avanzare senza danneggiare l’attrezzatura, e facendo capolino tra le rocce, noto che 50 metri sotto di lui, l’intero branco pascola placidamente alla luce calda del sole che scende. Rientro sempre facendo attenzione a non farmi vedere e chiamo il resto della truppa.
In breve siamo tutti appostati tra le rocce ad osservare il branco che sembra non essersi accorto di noi.
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Il Re, sulla cresta osserva
Nikon D5200 + Sigma 150-500 APO HSM  //  Colle del Beth – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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Il branco, sotto, pascola tranquillo
Nikon D5200 + Sigma 150-500 APO HSM  //  Colle del Beth – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
Sono felicissimo di poterli osservare, e la loro presenza ci trasmette una calma surreale. Dopo qualche minuto, decido di provare ad avvicinarli. Studio il percorso da seguire, e individuo una linea tra le vallatine, che accostandosi al lago dovrebbe permettermi di arrivare vicinissimo al luogo dove pascolano. Sono molto combattuto se farlo o no, non voglio spaventarli e farli fuggire, ma allo stesso tempo la curiosità e la voglia di avere delle belle foto mi scacciano questo timore, e mi prometto di fare piano e di cercare di non allarmarli.
Scivolo via dal mio nascondiglio e percorro come un gatto i 150 metri del percorso scelto, senza vederli, all’ombra, e contro vento. Questo mi fa pensare che è impossibile che mi abbiano visto, o anche solo udito. Decido di provare ad affacciarmi da una roccia in cima ad una collinetta che avevo identificato come miglior punto di osservazione.

La mia testa fa capolino tra le rocce e mi si blocca il fiato. Sono lì, a 10-15 metri da me. Non li ho mai vista così vicino. Il mio anonimato dura appena qualche secondo, e al primo “clic” della reflex, l’intero branco si gira verso di me con gli occhi spalancati, pronto a fuggire.
E nei pochi istanti successivi, succede un qualcosa che mi resterà impresso per tutta la vita. Il branco inizia a correre in direzione opposta alla mia, per scappare. Il maschio più grande (penso il capo branco, il Re), si alza di scatto. Le sue corna sono immense, e si muove con un’agilità incredibile, considerando il peso che porta sul capo. In tutta la sua potenza, non si schioda dalla sua posizione, volge lo sguardo una frazione di secondo verso di me, e fischia.

Fa un solo fischio, lungo e potente, rigirando la testa verso il branco in fuga. Ogni membro del gruppo si ferma, come congelato. Il Re rivolge nuovamente il capo verso di me, fa qualche passo calmo, e si risiede come se niente fosse, gustandosi il sole calmo del tramonto. Il branco, poco per volta, si rigira e torna sui suoi passi, e riprende tranquillamente a pascolare.

“Non è pericoloso, è un amico”. Ha detto questo, ne sono sicuro. E mi sento pervadere da una sensazione di pace e amicizia incredibili. Mi commuovo, pensando a come mi abbiano accettato. Inizio timidamente a scattare,cercando di essere sempre ben nascosto. Poi, poco per volta, vedendo la loro tranquillità, provo ad alzarmi fino ad uscire completamente allo scoperto. Il branco e il suo Re mi guardano, e non fuggono, anzi, riprendono a mangiare e si comportano come se io non ci fossi. Mi hanno accettato, è certo! E da quel momento inizia un’ora surreale, un sogno che per me si realizza. Sono completamente fuori dalle rocce, con un branco di stambecchi amici a qualche metro, con la luce del tramonto e una macchina fotografica con un 500mm montato sopra. Scatto a ripetizione. Loro si muovono poco per volta, e inizio a seguirli. Scatto per un’ora circa, e quando il sole va giù, torno nella casetta quasi frastornato e ricomincio a guardare le fotografie e mi preparo per la cena con un sorriso che per ore continuerà ad aleggiarmi in viso.

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Il Re, dopo il fischio
Nikon D5200 + Sigma 150-500 APO HSM  //  Colle del Beth – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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Duello e gioco tra maschi
Nikon D5200 + Sigma 150-500 APO HSM  //  Colle del Beth – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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Ritratto di stambecco al tramonto
Nikon D5200 + Sigma 150-500 APO HSM  //  Colle del Beth – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013

LA SALITA ALLA VETTA DEL GHINIVERT

Dopo aver ampiamente soddisfatto uno dei tre punti della ricerca, durante la cena si inizia già a discutere sulla prossima sfida. La salita alla vetta del Ghinivert non dovrebbe essere particolarmente complicata, ma come ogni escursione in alta quota, merita comunque attenzione e uno studio dettagliato della traccia per valutarne ogni possibile sfaccettatura, al sole pieno, così come avvolti improvvisamente dalle nuvole. Mentre discutiamo il percorso, e gustiamo l’ottima cena a base di polpette squisite pre-cucinate da Cristina, la mamma di Chiara e Francesca, minestrone e polenta cucinati con l’acqua di lago, il giorno volge definitivamente al termine, e tutto viene avvolto dalle tenebre.
Prima della tisana, c’è giusto il tempo per osservare il cielo e scattare qualche foto alla Via Lattea, che come un buon segno, si posiziona proprio a fianco della cima del Ghinivert. “Noi saremo là in punta, domani mattina!”, è il mio ultimo pensiero prima di scivolare in un pesante sonno, nel tepore del sacco a pelo.
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Bric Ghinivert e Via Lattea
Nikon D5200 + Tokina 11-16 F2.8 DX  //  Colle del Beth – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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Il Casotto e la vetta, all’alba
Nikon D5200 + Tokina 11-16 F2.8 DX  //  Colle del Beth – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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Bric di Mezzogiorno e Laghi del Beth all’alba
Nikon D5200 + Tokina 11-16 F2.8 DX  – Unionedi 3 scatti //  Colle del Beth – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
Il risveglio è duro, ma l’acqua del lago gelida svolge bene il suo dovere, e in pochi minuti siamo quasi completamente svegli. Grazie alla caffettiera trovata in cucina, prepariamo il caffè e consumiamo la colazione. La punta del Ghinivert è proprio lì, sembra quasi di poterla toccare, e i 250 metri di dislivello che ci separano, sembrano annullati dall’effetto prospettico. Anche se il dislivello da fare è poco, dobbiamo girare intorno alla montagna, perché il lato visibile dal colle è impraticabile, e il sentiero gira verso sud-ovest prima di salire bruscamente tra le pietraie e le rocce immense. A volte il sentiero sparisce, e si cammina in equilibrio tra massi spigolosi, ma la via è sempre ben segnata da ometti di pietra e i rassicuranti segni bianchi e rossi, che guidano ogni escursionista alpino.

Più ci si avvicina alla vetta, più il sentiero si fa esposto e si percepisce di salire come in un’ascensore verso il cielo. La prospettiva sul resto delle montagne cambia, e dopo un’oretta di scarpinata sempre più ripida ma sempre praticabile, arriviamo in cima. L’emozione è grandissima, e toccare la croce e guardare tutto intorno, ricolma gli animi stancati dalle fatiche.

L’arrivo sulla cima di una montagna importante, che hai studiato, risalito a fatica e imparato a conoscere, tocca delle corde dentro all’animo umano difficili da spiegare a parole. Percepisci una vittoria, ma non contro il monte in sé, che anzi, senti come un padre severo ma accogliente, ma contro te stesso, con la consapevolezza di aver  superato un altro limite che ora, non esiste più.

 Ghinivert
La Vetta del Ghinivert con panorama sul colle e i laghi del Beth
Nikon D5200 + Tokina 11-16 F2.8 DX – Unione di 6 scatti  //  Vetta del Bric Ghinivert m 3.037 – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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Autoritratto a 3.037m
GoPro Hero HD 2  //  Vetta del Bric Ghinivert m 3.037 – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
La discesa avviene nel silenzio. Arrivare in cima e poi tornare giù ha sembre un retrogusto amaro. Ci si vorrebbe fermare di più, ma il tempo incalza, e in giornata bisogna ancora andare alla ricerca delle miniere, e ripercorrere tutta la lunga strade che porta fino al Plan, otre 11 Km e 1.300 metri di dislivello negativo.
Mentre cammino, la mia mente comincia a concentrarsi sull’ultimo punto della mia ricerca: le miniere del Beth, e ripercorro la storia che ho letto e di cui mi sono documentato, per aver la giusta sensibilità nell’affrontare questa ricerca.
Sembra che le prime estrazioni di rame nel vallone del Beth risalgano addirittura al medioevo, ma la prima data documenta di inizio dell’inizio dei lavori risalgono al 1792, anno in cui Giacomo Tron di Massello inizia le operazioni di scavo per aprire la prima galleria, ma i lavori vengono subito bloccati dallo scoppio della guerra tra Francia e Savoia. I lavori, in seguito ad un lungo oblio, passarono attraverso molti proprietari, nel 1850 a Giacomo Pastre Sarrus di Troncea, e nel 1853 alla Compagnia Piemontese Reale Anglo Sarda, ma entrambe le compagnie fallirono e i lavori, si fermarono ancora. La colpa sembra risiedere in due fattori principali: in primo luogo la difficoltà climatica dovuta alla quota molto elevata, e in secondo luogo, alla poca richiesta di rame e zolfo fino all’avvento della prima rivoluzione industriale estesa, e all’avvento della corrente elettrica distribuita in modo massivo.
La prima vittoria venne ottenuta nel 1863 dal Cavaliere Pietro Gianni, imprenditore e sindaco di Cumiana, che grazie al prezzo stabile del rame, riuscì a far fruttare il lavoro di estrazione mineraria al Beth. Durante questi primi anni, la pirite veniva estratta dalle tre gallerie nel pianoro dietro al colle del Beth (Lantelm, S. Giacomo e S.ta Barbara), a quota 2.800 metri. Il materiale veniva poi trasportato a Troncea su carri trainati da animali sulla strada che si percorre ancora oggi per 1.000 metri di dislivello, e cotto e trasformato in un processo altamente tossico. A causa di un’improvviso crollo del prezzo del rame, nel 1870 la miniera fallì nuovamente, e tutto l’impianto venne ceduto ad un’impresa di finanzieri francesi.
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Tracce
Nikon D5200 + Tokina 11-16 F2.8 DX – HDR  //  Galleria S.ta Barbara – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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Ingresso della galleria S.ta Barbara (2.800m)
Nikon D5200 + Tokina 11-16 F2.8 DX  //  Galleria S.ta Barbara – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
Nel 1880 Henry Guilmin riprese i lavori con decisione, grazie al prezzo del rame in risalita e alla forte richiesta di un altro prodotto che poteva essere ricavato dalla pirite: l’acido solforico. Nel 1888 gli affari fruttavano così bene che incominciò l’espansione del sito, con lo scavo della galleria Bernard, a 2.650 metri circa. Nel 1899 venne completata la teleferica, che con una lunghezza di 3,6 Km e un dislivello di oltre 900 metri, portava il materiale dal vallone del Beth direttamente alla fonderia in Valle, con una capacità di 10 tonnellate di materiale grezzo all’ora.

Dall’interno della Galleria Bernard alla teleferica, il materiale veniva trasportato sopra a delle benne, 300 Kg per volta, e fatto transitare su una ferrovia, ancora visibile oggi, di fronte alla galleria. Gli anni di massimo sfruttamento della miniera furono dal 1897 al 1902, e le gallerie arrivarono a toccare il cuore del filone del giacimento, oltre 500 metri nel ventre della montagna. I minatori lavoravano incessantemente, estate e inverno, 12 ore per turno, usando strumenti primordiali senza nessuna sicurezza, in un’aria viziata e pericolosa, con crolli, e infiltrazioni d’acqua continue. Si pensi che l’invenzione della dinamite risale al 1867, e la corrente elettrica e l’utilizzo di machine pneumatiche arrivò solamente all’inizio del 900. Ma sopra a tutti questi pericoli, la minaccia maggiore erano le valanghe, e fu proprio una di queste, di dimensioni immense, a spazzare la vita di 81 persone a segnare per sempre la tragica storia della miniera.

A causa di una nevicata incredibilmente abbondante, il 19 aprile del 1904 mattino, i minatori decisero di abbandonare le miniere per non restare sepolti vivi e cercarono di ridiscendere in valle. Alle 12.30, proprio mentre il gruppo stava percorrendo a fatica il vallone per trovare rifugio più in basso, un forte colpo di tuono causò il distacco di tutta la parete di neve adagiata sul versante del Ghinivert. L’enorme mole di materiale si trasformò in una valanga di dimensioni incredibili, e per gli 81 lavoratori all’aperto non ci fu possibilità di salvezza. Vennerò spazzati via come fuscelli e ricoperti da decine di metri di neve, tanto che alcuni corpi vennero rinvenuti solamente mesi dopo, ad estate inoltrata.

Ancora oggi una lapide a fondo valle ricorda la tragedia, e testimonia anche a noi l’impegno, la fatica e il valore degli operai del Beth, di quelli morti nella valanga, di quelli morti di lavoro, e di quelli morti nei loro letti. Un’epoca lontana, ma non così tanto, che ancora oggi ci fa riflettere sulle diverse condizioni di vita dei nostri nonni e i loro nonni e genitori. Una storia cruda e forte che chiude la bocca dello stomaco, alla presenza di quei tunnel scavati nella roccia, nel silenzio testimoniare delle eterne montagne.

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I resti della ferrovia (2.630m)
Nikon D5200 + Tokina 11-16 F2.8 DX  //  Galleria Bernard (2.630m) – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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Ancora oggi, la Montagna piange lacrime di rame 
(Ingresso galleria Bernard)
Nikon D5200 + Tokina 11-16 F2.8 DX  //  Galleria Bernard (2.630m) – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013
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I resti della Stazione d’Angolo (teleferica) (2.435m)
Nikon D5200 + Tokina 11-16 F2.8 DX  //  Vallone del Beth – Val Troncea (TO)   //  Agosto 2013

Categorie:Alpi, Fauna, Flora, Notturne, Paesaggi, Raid e spedizioni

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