Alla ricerca dell’Onça Pintada

Il suo pelame era d’una bellezza straordinaria, fitto e morbido, di colore giallo rossiccio, a macchie nere orlate di rosso, più piccole sui fianchi e più grandi e più spesse sul dorso, dove formavano una grossa striscia. Ci volle poca fatica pei filibustieri a riconoscere in quell’animale un giaguaro, il più formidabile predatore delle due Americhe, più pericoloso dei coguari e forse anche dei mostruosi orsi grigi delle Montagne Rocciose. Queste fiere, che s’incontrano dovunque, dalla Patagonia agli Stati Uniti, rappresentano nelle due Americhe le tigri e sono temibili quanto queste, possedendone l’agilità, la forza e la ferocia. Abitano per lo più le foreste umide e le rive delle savane e dei fiumi giganti, specialmente del Rio della Plata, delle Amazzoni e dell’Orenoco, amando, cosa strana nei felini, l’acqua. Le stragi che fanno queste fiere sono terribili; essendo dotate d’un appetito fenomenale, assalgono indistintamente tutti gli esseri che incontrano. Le scimmie non hanno scampo, poiché i giaguari s’arrampicano facilmente sugli alberi, né più né meno dei gatti; i bovini e gli equini delle fattorie possono ben difendersi a colpi di corna od a calci, ma soccombono presto poiché i sanguinari predatori piombano addosso a loro con un salto fulmineo spezzando la colonna vertebrale con un solo colpo di zampa. Nemmeno le testuggini sfuggono, sebbene siano difese da gusci di grande resistenza. Le unghie potenti di quelle fiere perforano le doppie corazze delle tartarughe “arrua” ed estraggono la carne saporita.

da “Il Corsaro Nero” di Emilio Salgari

Da quando ho letto questi versi e le avventure del famigerato signore di Ventimiglia, all’età di circa 8 anni, oltre a voler diventare un pirata, sono stato affascinato dalla potenza del più grande felino del Sud America: il giaguaro. Chi l’avrebbe mai detto che 20 anni dopo sarei stato proprio lì, in quel continente che mi è sempre stato così sconosciuto, come un antico tesoro sepolto nella giungla, vestito di misterioso e selvaggio magnetismo? Il sogno del pirata, crescendo l’ho poi abbandonato, quello di vedere il giaguaro no. E così, sfogliando libri, informandosi on-line, al momento di pianificare la vacanza ecco un candidato emergere poderoso tra tutti i concorrenti: le pianure alluvionali del Pantanal.

Pantanal in portoghese significa “pantano”, o “zona umida”, ed è la più grande pianura alluvionale del mondo, che con i suoi 150.000 Km quadrati, occupa saldamente il cuore del Sud America, adagiandosi tra i confini di Brasile, Bolivia e Paraguay. Spesso confusa con una palude, in realtà non è altro che una pianura sconfinata che durante la stagione delle piogge si ricopre quasi interamente d’acqua, mentre nella stagione secca le terre emergono nuovamente, in un reticolo complesso di foreste, fiumi e savana. Entrato nel 2000 nei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO rappresenta uno degli ecosistemi con il maggior numero di specie di fauna e flora al mondo: abbastanza da convincermi. E dulcis in fundo, è anche una delle uniche zone al mondo dove è possibile avere qualche speranza di avvistare il giaguaro. Questo maestoso gattone è infatti un maestro della furtività, e sebbene abiti tutta la penisola sud americana là dove c’è “mata” (foresta, giungla), è difficilissimo da avvistare in quanto raro (pochi esemplari su un territorio immenso) e accuratamente evita l’uomo: per questo motivo solo in rarissimi casi viene avvistato e si è conquistato la fama che solo un qualcosa di bellissimo, predatore e arduo da afferrare possiede. Eccezione a questa regola statistica è il Nord del Pantanal nella stagione secca, dove l’alta densità di giaguari unita alla concentrazione di acqua in pochi punti (polle fluviali), aumenta considerevolmente le chance di poterlo osservare. In particolare, se si vuole avere qualche chance di incontrarlo, occorre effettuare una piccola spedizione nelle aree selvagge racchiuse tra lo zigzagare del Rio Tres Irmaos, molti Km oltre l’ultimo centro abitato (Porto Jofre, un villaggio di poche anime alla fine della trans-pantaneira, a sua volta distante circa 200 Km dalla prima vera città: Cuiabà).

Il cielo e la vegetazione si specchiano sul Tio Tres Irmaos

Il cielo e la vegetazione si specchiano sul Rio Tres Irmaos

Primo passo: progettare la spedizione. Dopo aver collezionato informazioni a destra e a manca decido di contattare una delle guide locali per farci accompagnare nel cuore del territorio del predatore. Pensiamo che tre giorni sul posto siano sufficienti, per avere buone chance di poterlo incontrare. Emerge subito un primo dettaglio non trascurabile: non ci sono strade, non ci sono sentieri, la foresta inghiotte ogni cosa, e per muoversi occorre affittare una barca e contrattare un timoniere esperto per potersi destreggiare tra liane, correnti e secche improvvise. Unico punto d’appoggio per i pasti e la notte, è un barcone ormeggiato sulla sponda, con la promessa di pesce fresco e “camere accoglienti”, a metà strada di navigazione tra Porto Jofre e il famigerato fiume, dove ogni sera bisognerà bene o male rientrare. Dopo che la logistica è definita, inizia l’ottimizzazione del materiale: avrò pensato a tutto? Avrò troppa roba? Non lo si saprà mai fino al primo imprevisto, ma quando mi carico lo zaino straripante di attrezzatura fotografica, ringrazio quasi che la foresta abbia inghiottito i sentieri e ci si sposterà con la piccola lancia a motore.

Arriva il momento di partire, ed inizia la piccola odissea: due ore di aereo per arrivare a Cuiabà da San Paolo, poi 5 ore interminabili di macchina sulla Trans-pantaneira in percorso sterrato per giungere a Porto Jofre, poi un’oretta di lancia a motore per arrivare al barcone d’appoggio. Quando arriviamo siamo distrutti, e ci aspetta la prima sorpresa: il pesce fresco c’è, ma le famose camere accoglienti restano una promessa, e ci sembra di dormire in uno sgabuzzino da mozzo sottocoperta. Ma non ci lamentiamo troppo, dopotutto siamo dispersi nel cuore dell’America latina, galleggianti su un fiume colmo di piranhas e anaconda, distanti da ogni centro abitato, e l’emozione e la tensione per i giorni successivi ci fanno passare in secondo piano ogni altro problema. Ad ogni modo, il cibo è davvero eccezionale, e mangeremo ogni tipo di pesce pescato in giornata, e cucinato in modi sempre diversi e sfiziosi, ma legeri (dettaglio non trascurabile, per chi conosce la cucina brasiliana). Passiamo la sera a chiacchierare con la guida sorseggiando birra gelata, facendoci raccontare aneddoti e storie vissute che non fanno che aumentare la nostra febbre per l’Onça Pintada (giaguaro, in portoghese).

L'alba colora d'argento e rosso il fiume (foto scattata dalla finestra della camera sul barcone d'appoggio, al risveglio)

L’alba colora d’argento e rosso il fiume (foto scattata dalla finestra della camera sul barcone d’appoggio, al risveglio)

La sveglia suona alle 5.30 e dopo un’ottima colazione e caffè bollente partiamo con la lancia per inoltrarci nel cuore del serpeggiante Tres Irmaos, che come suggerisce il termine è un sistema di tre fiumi che si riuniscono in un solo flusso comune, vicino a dove il barcone e ormeggiato. Il profumo dell’aria è inebriante, e la temperatura è già molto alta ma viene mitigata dal venticello piacevole che si genera con lo scivolare sul corso d’acqua. Iniziano ad apparire molti, moltissimi animali, in particolare volatili di ogni tipo e colore e il grilletto della reflex è spesso impegnato. Dedicherò un articolo separato solamente per mostrare l’incredibile biodiversità di questo meraviglioso angolo di pianeta, ma l’attenzione resta ancora sull’Onça. Pattugliamo il fiume in lungo e in largo tutta la mattina, ma non appare. Nel pomeriggio iniziamo con gli appostamenti, e secondo l’esperienza della guida ormeggiamo la barca e in silenzio aspettiamo: è logorante, le ore passano sotto il sole cocente, probabilmente la temperature sale oltre i 30 gradi (siamo in inverno!) e le zanzare non danno tregua, ma soprattuto, il giaguaro non appare. La pazienza viene minata dalle componenti climatiche così austere, e molte volte perdiamo la pazienza maledicendo il sole o le zanzare. Rientriamo a fine giornata dopo 10 ore di ricerca, con tante belle foto di aironi, falchi, lontre, pappagalli, cormorani, martin pescatore, ma dentro di noi inizia ad insinuarsi il dubbio di poter effettivamente portare a termine l’obiettivo del viaggio. E soprattutto siamo esausti, e solo la zuppa di piranha (saporitissima!) ci tira su di morale, ma anche dopo le birre gelate, la tensione aleggia abbondante nell’aria.
La sveglia suona nuovamente alle 5.30, e si ricomincia la ricerca. Siamo un poco timorosi ormai, e l’occhio salta da una radura all’altra in cerca del grosso predatore. Ma dopo poche ore di pattugliamento scorgiamo un testone dorato in mezzo alla verdissima vegetazione della costa. Resto a bocca aperta: è grosso, incredibilmente grosso, molto di più che nella mia immaginazione. Istintivamente alzo la mira e scatto. Spento il motore della barchetta per non disturbarlo, ci facciamo trasportare dalla corrente mentre si inoltra tra le erbe alte e folte, e dopo pochi secondi, scompare. Aspettiamo ancora qualche minuto, con tutti i nervi tesi, nel silenzio, ma niente, se ne è andato. Solo allora mi rilasso e guardo il display della macchina foto. Got it! L’emozione è incredibile, anche se i pochi secondi di apparizione non mi hanno neanche permesso di gustarmi il momento, sono incredibilmente soddisfatto di essere riuscito a scattare e anche discretamente bene, considerando le oscillazioni della barca, la distanza (una quarantina di metri), e il poco tempo a disposizione.

La prima veloce apparizione, con la luce ancora calda dell'Alba.

La prima veloce apparizione, con la luce ancora calda dell’Alba.

Il pomeriggio continua con la formula del giorno precedente, e riusciamo ad avvistare un secondo esemplare, che si concede per un tempo più lungo anche se sempre sdraiato tra le sterpaglie, rendendo impossibile uno scatto che lo ritragga per intero. In compenso riusciamo ad avvicinarci incredibilmente, fino a pochi metri dalla riva dove è sdraiato, e ci osserva con placida tranquillità. La guida ci spiega che sa di essere in cima alla catena alimentare, e in questa zona del Brasile ha capito che l’uomo non è un pericolo. Un brivido mi percorre mentre il suo muso (largo 4 volte la mia testa) mi osserva a pochi metri di distanza, con gli occhi dorati che risplendono al sole. Il rientro alla barca d’appoggio è ad ogni modo trionfante. Nonostante la stanchezza, il clima è di festa, e lo scopo de nostro viaggio è già stato raggiunto. Sento tuttavia ancora la mancanza di qualcosa, come se presagissi ciò che sarebbe successo il giorno seguente. La terza mattina avvistiamo un terzo esemplare nascosto tra gli alberi, ma la luce è davvero scarsa, e anche se riesco ad immortalare uno sbadiglio che ne ritrae una dentatura da brivido sono poco soddisfatto. Proprio mentre stiamo per rientrare al barcone, con la luce del tramonto, accade l’incredibile: di colpo, uno splendido giaguaro esce dalle fronde proprio di fianco alla nostra imbarcazione, ed inizia a destreggiarsi tra la vegetazione intricata. Come consuetudine il motore viene spento e la barchetta inizia a scivolare trascinata dalla corrente. Il giaguaro ci osserva ma non sembra assolutamente infastidito dalla nostra presenza, ed inizia a percorrere la sponda con la stessa velocità di deriva della nostra imbarcazione. Affronta ogni ostacolo, si immerge nuovamente nella foresta fino a scomparire, ricompare, si tuffa nel fiume e nuota a fianco a noi, risale sulla sponda. Sembra un sogno, e tutto ciò che è intorno a noi scompare. C’è solo più la barca, e la nostra Onça. In alcuni momenti la riva del fiume lascia spazio a piccole spiagge, ed ecco che sbuca completamente dalla vegetazione e si fa ammirare nella sua totalità, con la luce calda del tramonto negli occhi. E’ pazzesco, incredibile. La sua bellezza selvaggia mi travolge e non mi rendo conto del tempo che passa, e quando la luce va via, ci rendiamo conto di essere andati alla deriva per oltre un’ora in sua compagnia. Sono frastornato, emozionato e ho scattato come un pazzo. Guardo il display della macchina foto e ripercorro i momenti salienti. Molto buon materiale. Rientriamo alla barca quasi senza parlare, sono bastate poche occhiate lucide a farci intendere i sentimenti provati. Ripenso a Salgari, al Corsaro Nero, ai sogni da bambino, ai pirati. Mi rilasso e la stanchezza di colpo fa breccia nel mio corpo, mentre penso: “Ce l’ho fatta!”

La meraviglia e la maestosità di questo felino, totalmente in vista fuori dalla fitta vegetazione, con la luce calda del tramonto in fronte.

La meraviglia e la maestosità di questo felino, totalmente in vista fuori dalla fitta vegetazione, con la luce calda del tramonto in fronte.

Per molti animali che hanno incrociato questi occhi, è stata l'ultima cosa vista.

Per molti animali che hanno incrociato questi occhi, è stata l’ultima cosa vista.

Come di consueto, ecco una galleria per poter gustare le immagini a schermo intero.

Categorie:Brasile, Fauna, nel Mondo, Paesaggi, Raid e spedizioni

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