L’Albergian, il Tesoro e il Drago

Il Monte Albergian (3.041 m) ha un posto speciale nella mia personale scala dei valori. Sarà la sua forma massiccia e imponente, la sua posizione fortificata tra le tre valli a cui mi sento di appartenere, sarà per la sua inaccessibilità garantita da pochi e lunghi sentieri per accedere alla sua vetta. Nel tempo la mia stima per questa vetta si è radicata così tanto che quando penso al concetto generale di Montagna, mi vengono in mente le linee della sua cresta, l’imponente vallone di risalita, il riflesso del sole sulle rocce e le stelle alpine nei suoi prati.
Ci sono degli angoli di terra che catturano la nostra immaginazione con la loro aura di mistero, e come nebbia al mattino iniziano a volteggiare eterei nell’aria, mentre le nostre mani cercano di afferrarli invano, attraversandoli. E non sembra che sia stato il solo ad essere conquistato dal fascino di questo massiccio: esistono infatti numerose leggende tramandate tra i valligiani sin dai tempi antichi medievali, che da padre a figlio, da nonno a nipote, sono giunte fino a noi. La più celebre, ad esempio, narra che se esplorato attentamente nelle sue pareti più impervie durante la notte di Natale, si può scorgere l’ingresso di un antico tunnel che conduce ad un sistema di grotte sotterranee, nelle quali si celano incredibili tesori custoditi però da un mostruoso Drago. (Una versione alternativa della leggenda narra che il tunnel é sempre aperto ma solo nella fatidica notte il Drago si addormenta permettendo un ingresso sicuro). Il confine tra storia e leggenda si mischia invece nella tragica vicenda del 1400, in cui Ugo de La Palud, capitano delle armate francesi, sotto pesante insistenza della Chiesa romana, guidò una terribile crociata contro i non cattolici che abitavano la valle. Per scappare al macello, un gruppo di valdesi pare si fosse asserragliato sulle pareti dell’Albergian in pieno inverno, e sebbene sfuggiti alle lame di La Palud, trovarono la morte nell’austerità del freddo invernale, che con le sue gelide notti portò via tutti i membri del gruppo di fuggitivi, compresi una cinquantina di bambini.
Albergian in inverno, con la luce calda del tramonto, Dicembre 2011

Albergian in inverno, con la luce calda del tramonto, Dicembre 2011

Sono stato sull’Albergian tre volte fino ad ora. La prima, a circa 7-8 anni da bambino, con mio padre e degli amici. Ci siamo accampati nel vallone ed è stata la mia prima notte in tenda. Ricordo ancora lo spavento di sentire “l’ululato dei mufloni” durante la notte, quando ogni rumore é amplificato e sembra cosí prossimo da superare le distanze dei valloni. Allo stesso tempo peró, ricordo anche la meraviglia di risvegliarsi la mattina trovando l’erba tutta schiacciata nei pressi della tenda: avevano dormito intorno a noi. Il giorno seguente, mio padre era poi salito in cima da solo, ma io ero troppo piccolo per ottenere il permesso di salire in cresta. Era tornato stremato, ore dopo, ma con un sorriso di soddisfazione estremo in volto.
Anche se da bambino ho sempre amato la montagna, è successivamente che si è sviluppato dentro di me un magnetismo speciale, che mi ha permesso di capire quel sorriso solo molti anni dopo. E’ la stessa energia che ti fa correre per un’ora di fila, il comburente che alimenta le pedalate nelle salite piu’ difficili. Perchè vuole soffrire? Mi chiedevo allora. Oggi forse direi: per essere un pò più vicino al suo Dio, forse per ricongiungersi con quel cerchio di antiche divinitá antecedenti alla nascita dell’uomo. Montagne, montagne imponenti, un uomo che non versa sangue.
La vetta è ancora ben distante, una vota arrivati nel vallone

La vetta è ancora ben distante, una volta arrivati nel vallone

La seconda volta che sono andato sulle pendici dell’Albergian, mio padre non c’era più, ma l’ho sentito molto vicino in quei passi, ascendenti verso il cielo, nel vento, nel profumo del muschio e delle pietre, nel sudore, nel silenzio inviolato dei boschi, reminiscenze proustiane risvegliate da odori e colori della mia personale ricerca del tempo perduto. Son salito in solitaria, forse ne avevo bisogno. Da Pragelato sono 1.500 metri di dislivello in 5 Km, passando da 1.500 a 3.041 metri s.l.m.: un’ascensione! Bisogna partire ancora con il buio, per evitare il sole che insieme al vento a quell’altitudine prosciuga il corpo dall’acqua (la quale e’ assente su tutto il percorso e non si possono ricaricare le riserve). Si passa nei boschi ancora addormentati per attraversare il vallone e veder sparire gli alberi (Ho salutato due cervi che pascolavano). E poi su, sulla prateria, fino alla cresta e al paesaggio lunare oltre i 2.600 metri (dove ho fatto involare un gruppo di pernici bianche, purtroppo non le ho viste in tempo per appostarmi!). E poi in cresta, col sentiero che si inerpica tra i massi detritici, con la vista che spazia oltre il confine francese e il Monte Bianco che spunta dalla Val d’Aosta, il Monviso che svetta oltre le perenni nuvole della Valle Po. E poi su, ancora più su, oltre i 3.000m, sulla vetta, a toccare la croce di ferro, a toccare il cielo. Purificazione, in quei pochi respiri affannosi e gelidi, e sentore di assoluto.
La prima volta in vetta, Agosto 2013

La prima volta in vetta, Agosto 2013

L’arrivo sulla cima di una montagna importante, che hai studiato, risalito a fatica e imparato a conoscere, tocca delle corde dentro all’animo umano difficili da spiegare a parole. Percepisci una vittoria, ma non contro il monte in sé, che anzi, senti come un padre severo ma accogliente, ma contro te stesso, con la consapevolezza di aver  superato un altro limite che ora, non esiste più. E così, é scattata in me l’idea di una sfida, nata da un desiderio inconsapevole di legarmi alla montagna, o forse da un vero e proprio bisogno: voglio andarci in cima almeno una volta all’anno, sulla mia Montagna, da qui fino a quando il mio corpo non riuscirà più a sostenere lo sforzo. Artisticamente parlando si tratterebbe di una vera e propria performance contemporanea, e mi immagino già, quando sarò vecchio, in un locale ben illuminato in Pinerolo con l’esposizione delle foto della cima ogni anno, con me che abbraccio la croce. La montagna, con le sue leggende inviolabili, la stessa, e io invece che vengo modellato dal tempo. É un bel pensiero.
Quest’anno, l’espatrio in Brasile ha complicato la logistica delle cose, ma nonostante il poco tempo a disposizione durante il rientro in patria a Settembre sono riuscito ad organizzare la salita, e con mia moglie Chiara e il nostro amico Riccardo (per loro la prima volta in cima), sono riuscito a toccare la vetta per la seconda volta. La salita questa volta é stata accompagnata dai meravigliosi sempervivum in fiore e numerose altre fioriture settembrine di alta quota, da tre camosci nel vallone, un branco di una ventina di stambecchi in cresta, e in discesa da una vipera adulta di dimensioni notevoli. Purtroppo, data la difficoltà della salita, non mi sono caricato il peso del “cannone” per foto a lungo raggio, ma ho portato solo il grandangolo per i panorami, e quindi tutti questi amici di salita non verranno ricordati nelle fotografie.
Il panino dall’ottimo gusto diventa eccellente quando lo fai assaggiare a qualcuno a cui vuoi bene e lo apprezza, ne sono sempre stato convinto. Avere Chiara con me in cima é stato davvero importante e ha fortificato la solennità del gesto, e forse, per uno come me che non crede molto nel frequentare i camposanti per portare fiori sempre freschi sul marmo, o andare alle messe senza neanche piú pensare ma solo per apparire di fronte agli altri, dopo molti anni di insoddisfazione spirituale ho finalmente trovato il mio personale modo di pregare Dio. La veglia, la fatica, il sudore, lo sforzo e l’impegno, e l’energia della vetta, il vento fresco, il profumo dei larici e la purezza, la condivisione dell’esperienza. Il Drago e il Tesoro io li ho trovati, ora si tratta solamente di avere la forza per continuare a salire lassù ogni anno, nel personale regno degli antichi dei. Ci vediamo nel 2015, cara mia Montagna, veglia sulla valle e sui miei cari, mentre sarò via.
In Vetta, Settembre 2014

In Vetta, Settembre 2014

Il profilo della vetta si riflette sul calmo lago del Lauson, sotto l'Assietta

Il profilo della vetta si riflette sul calmo lago del Lauson, sotto l’Assietta

L'ultimo tratto della cresta interamente percorso su pietraia

L’ultimo tratto della cresta interamente percorso su pietraia

Categorie:Alpi, Flora, Paesaggi, Raid e spedizioni

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