Nocturnae

Quando, il mese passato, mi sono trovato in una notte senza Luna sotto la vetta della Cristalliera, ho ripensato ad un vecchio pezzo che avevo scritto quando mi cimentavo con la scrittura di racconti brevi. Il bisogno di cristallizzare le mie emozioni ha sempre influenzato le mie azioni, non importa il medium, non importa la tecnica o l’effettiva capacità. Sentivo il bisogno di farlo e basta, e come acqua spruzzata nell’aria gelida, le forme e le emozioni, i picchi e le valli dentro la mia anima, ghiacciavano e diventavano tumuli di ricordi. Fotografie scattate il mese scorso, e parole stese ormai anni fa, ora insieme.

Fiumi di stelle


Vacche. Una distesa di vacche bianche e qualcuna nera. In realtà erano solo diciassette, ma per lui era un numero molto grande, tenendo in considerazione il fatto di doverle controllare costantemente anche quando saliva la nebbia. Potevi respirarla, lassù, la montagna, ripeteva spesso al calore della stufa nella piola del paese, insieme a qualche vecchio amico d’infanzia. E in effetti per lui i monti erano la cosa più meravigliosa e sconcertante che avesse mai visto. 
Quelle distese mute così verdi e profumate in primavera, così bianche e goffe d’inverno. Così dolci, con il profumo dei ginepri e l’essenza del sottobosco con i funghi nascosti dalle le foglie secche, così dure e ciniche, quando la tormenta ti prende all’improvviso su pareti scoscese, distante tre ore di ciottoli e lastre bagnate dal calore di una coperta. Quella montagna era anche tutto ciò che possedeva, oltre ad una piccola casetta, ad un’ora di cammino dal paesino accucciato in fondo al vallone, e ovviamente, oltre alle sue diciassette vacche. Gemma era la migliore. Aveva un carattere un poco altezzoso e irascibile, ma con quella sua macchia bianca a forma di caramella in mezzo agli occhi avrebbe ottenuto il perdono per qualsiasi sfrontatezza con un solo muggito pentito ben assestato. E poi Gemma aveva stoffa. Riusciva a prendere le redini del gruppo semplicemente sventolando quel suo testone e facendo risuonare il campanaccio con la forza di una banda in festa. Quando era ora, lui faceva un gesto con gli occhi ad Elia, che piantava un ululato stridulo, e Gemma iniziava a suonare. Questo era il rito, e ogni sera rientravano tutti in ordine placidamente verso casa.

Elia era il suo cane, un piccolo bastardino con la carogna di una iena. Era vecchio quell’animale, eppure continuava a svolgere il suo lavoro con la risolutezza di un soldato. Non lo citava mai tra i suoi possedimenti, perché come diceva spesso alla ragazza del bancone “Sarebbe più facile possedere Miss Italia, che quel bastardo indemoniato! Vero Elia?”. E immediatamente dopo accarezzava la testa del cane che con gli occhi spalancati gli sedeva in braccio, respirando con la frequenza e il fracasso di un piccolo motore fuoribordo da gommone. “E’ piccolo, ma sa il fatto suo ti dico!” E la ragazza sorrideva a quel vecchio con la corteccia e al suo cane, sporgendo un altro bicchiere di rosso, che sarebbe restato sul bancone ancora una manciata di minuti prima di essere raccolto da quelle dita tozze e screpolate, con più ricordi da raccontare di un libro di storia. 

Quella sera, dopo l’ora di cammino per tornare al suo casotto, notando che Elia zampettava ancora un po’ irrequieto tra le gambe del tavolo e le sedie, decise di farsi ancora una passeggiata fino al colle. Prese la mantella e il bastone e col suo ritmo un po’ altalenante iniziò a percorrere il prato al chiarore della luna, seguito dal suo fedele amico. Attraversò l’erba umida fino ad incontrare il sentiero, e poi iniziò la salita a zig- zag che sarebbe proseguita fino al colle. Mentre saliva, il rumore dei campanacci provenienti dalla stalla si faceva sempre più leggero, fino a diventare impercettibile alle orecchie del vecchio. Da lassù di giorno si godeva di un ottimo panorama, e nelle giornate migliori si riusciva a vedere tutta la valle con il suo fiume, che come un serpente addormentato si snodava in mezzo a quei giganti, andando ad accarezzare i vari centri abitati. Di notte non si potevano di certo distinguere i faggeti e le mulattiere, ma la vista era altrettanto solenne. Sotto la cresta delle montagne, nel buio, spiccavano le borgate con i vari fabbricati e le finestre illuminate, formando tanti piccoli grumi luminosi, quasi specchiando il cielo e le costellazioni che risplendevano un po’ più in alto, tremolanti come piccoli focolai. Arrivato finalmente al colle, il vecchio si sedette sul solito pietrone comodo, che formava quasi una poltrona naturale in quel teatro spontaneo. Elia, un po’ affaticato anche lui dalla ripida salita, si distese lì accanto, e con il suo solito respiro si aggiustò qualche volta prima di trovare la posizione migliore. Non c’era alcun rumore, oltre al fiato del cane e al fruscio prodotto dalle fronde degli alberi coccolate dal vento.

Cristalliera nella notte - III

Quello spettacolo lo sorprendeva tutte le volte, ogni sera. “Hai visto quante stelle Elia?” Il cagnetto non mosse un ciglio per non rovinare la posizione ideale appena trovata. Lui invece strappò un filo d’erba e se lo mise in bocca. “Pensa un po’ se avessimo tante vacche quante sono le stelle..! Altro che diciassette! Pensa la Gemma quanto lavoro avrebbe da fare. Dovrebbe scuotere la testa molto forte per far sentire il suo campanaccio a tutte.” E sorrise. Se avesse avuto tutte quelle bestie, sarebbe stato ricchissimo. Avrebbe potuto fare chissà quali cose! Ma poi ci pensò un attimo su. Cosa avrebbe fatto con tutto quel denaro? Pensò ad una casa in qualche posto importante, ad una macchina, ad un ristorante. No, non gliene importava molto. Alla fine sentenziò che avrebbe comprato delle vacche. E allora non ne sarebbe valsa neanche la pena di vendere vacche per comprare altre vacche, per di più togliendo le amiche alla Gemma, che avrebbe piantato su un baccano. La verità, concluse, è che non ci avrebbe fatto proprio nulla con tutto quel valore. Preferiva di gran lunga che le stelle restassero in cielo. E sentì quel calore che iniziava a riempirlo tutte le volte che pensava alle sue montagne, alla Gemma, alle sue vacche, ad Elia o alle stelle. Lui non avrebbe cambiato proprio nulla neanche se avesse avuto il potere di farlo. Neanche il respiro di Elia. Si tirò su dallo schienale di roccia e fissò la piccola bestia che riposava al suo fianco. Il cagnetto si girò e lo guardò fisso negli occhi, con uno sguardo sorridente e ricolmo d’affetto. Allungò la mano per accarezzare quella testa spelacchiata ma piena di vita.Si, non avrebbe cambiato proprio nulla.

“Sei un vecchio bastardo”, sussurrò, fissando ancora un po’ amorevolmente la bestiola col sorriso, prima di lasciarsi ricadere sullo schienale per osservare il cielo.

di Federico Galetto

Cristalliera nella notte - II

Cristalliera nella notte - IV

Categorie:Alpi, Best Shots, Notturne, Paesaggi, Raid e spedizioni

1 reply »

  1. Ma quante stelle nelle foto! Credo che avere la possibilità di godere delle emozioni, che certi luoghi o spettacoli della Natura sanno offrire, spesso sia molto di più di quanto il danaro o i possedimenti possano dare. Molto bello questo racconto. Buona serata

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